Talvolta l’esperienza non aiuta

by Andrea Maioli on 10 settembre 2013

Cattive notizie per i programmatori, almeno per quelli della Silicon Valley. Secondo questo articolo,  l’età e l’esperienza professionale sono addirittura una maledizione. Infatti nel 2012 le tre maggiori aziende high-tech della Silicon Valley hanno licenziato 48.000 impiegati, anche se nello stesso periodo, le offerte di lavoro tecnico sono cresciute: un vero e proprio ricambio generazionale!

A cosa è dovuto questo ricambio? Risponde Mark Zuckerberg stesso: i giovani con meno di 30 anni sono più efficienti, lavorano di più e vengono pagati meno. Hanno vite più semplici, senza famiglia e magari anche senza macchina, così si possono concentrare su quello che conta davvero (per chi? N.d.a.). E così avere più di 30 anni e essere un programmatore vuol dire diventare disoccupato.

Ovviamente questo è un tema scottante ed è presente anche in Italia, anche se in termini meno estremi. Basti guardare il numero di commenti all’articolo, più di 400!

Certamente c’è un’obsolescenza nelle professionalità tecniche informatiche: i programmatori, svolgendo il loro lavoro tutto il giorno, non possono poi passare la notte a studiare le nuove tecnologie. E l’esperienza accumulata non è poi sempre riutilizzabile.

Da amministratore delegato, voglio guardare questo problema dal punto di vista di quello che conviene all’azienda. È proprio vero che sfruttare e poi buttare è la soluzione più conveniente? Soprattutto quando si tratta della costruzione di prodotti software?

La nostra esperienza è diversa. Fin dall’origine abbiamo puntato molto sul trasferimento e la condivisione delle conoscenze, a tutti i livelli. Una volta innescata, questa modalità di lavoro, non solo ha reso possibile far rimanere aggiornata tutta la struttura tecnica con un investimento relativamente piccolo, ma ha permesso ad ogni tecnico che lavora con noi di crescere in efficacia anno dopo anno.

È simile a quello che avveniva nelle botteghe degli artigiani di tanto tempo fa, dove i maestri avevano allievi che pian piano diventavano sempre più bravi, a volte più degli stessi maestri.

Certo, occorre guardare ai propri dipendenti come a persone, piuttosto che a macchine di produzione, ma così c’è anche più gusto .)

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1 Antonio catapano 10 settembre 2013 alle 13:12

“È maledetto quel lavoro che produce la ricchezza (por pochi) creando la miseria (per molti) e che dà l’anima alla “macchina” (il software) e la toglie all’uomo”.
Non vorrei collaboratori così, nè vorrei che così fosse il mio lavoro.

2 Giuseppe Cassanelli 10 settembre 2013 alle 13:54

Concordo con Andrea, e non perché ho i capelli grigi o perché mi renda conto di non avere più l’energia di 30 anni fa.
Lavoro ancora molto, sento il problema dell’obsolescenza e della necessità di aggiornamento, però continuo a vedere e prediligere lo sviluppo del software come un’attività prevalentemente artigianale e non industriale.
Per questo sono convinto che il modello più calzante sia quello descritto e che valorizza l’aspetto umano. Questo i termini puramente economici e organizzativi.
E comunque concordo: c’é anche più gusto.

3 Mauro Marini 11 settembre 2013 alle 02:28

Non ci vedo nulla di strano nel ragionamento di Zuckerberg . Osserva che i campioni di scacchi sono tutti sotto i 30 anni, si interroga sulle cause e si risponde: “non lo so, ma è così”. Poi agisce di conseguenza. Mi pare soltanto pragmatico, in pieno “american style”.
Trenta anni prima di Zuckerberg, alla prima lezione di Fisica all’Università, il professore disse a me e agli altri giovani compagni di studi: “Ragazzi, se sperate di avere una idea geniale e diventare famosi, sappiate che avete più o meno dieci anni per averla. Dopo, scordatevelo. La ragione esatta nessuno la sa, ma tutte le grandi idee sono nate da menti sotto i trenta”. Un brivido corse lungo la schiena di tutti gli studenti . Aveva ragione. E’ una dato oggettivo.
Bisogna però osservare che nell’articolo citato, l’età è vista soltanto come parametro di sintesi. La giovane età si associa ad un set di caratteristiche ricercate quali passione, curiosità, dedizione, coraggio, creatività, economicità, magari pure un po’ di sana incoscienza,ecc… Molte di queste caratteristiche scemano col tempo rendendo “vecchi”. Bisognerebbe chiedersi se queste caratteristiche si perdono per una inevitabile ragione fisiologica o sono una conseguenza delle convenzioni sociali?
Propendo per la seconda ipotesi. Si possono, infatti, conservare nel tempo le caratteristiche di una mente giovane e rafforzarle con l’esperienza senza che questa condizioni l’efficacia delle prime, MA ad un prezzo. Il prezzo è uno stile di vita che porta fuori dalla statistica e fuori dalle convenzioni. Atleti, scienziati, nerd, appassionati di ogni disciplina fanno vite che sono diverse dalle vite “normali” . Ci riescono perché trovano delle buona motivazioni per farlo. La passione è il driver più forte.
Ma è davvero necessario restare giovani? Non nell’aspetto come ci dice la pubblicità, ma nella mente come vuole il mercato del lavoro ICT? La fabbrichetta cinese di abiti, installata nel garage di fronte a casa mia, se ne frega di avere giovani alla macchina da cucire. Ci sono mestieri, invece, dove l’innovazione e la creatività sono componenti fondamentali. In questi casi, servono menti giovani. Non importa se sono in corpi giovani o in corpi vecchi.
E’ bello leggere che ci sono società come Progamma, che non si curano molto dell’età, ma che coltivano una crescita di esperienza senza mortificare la giovinezza della mente.
Quello che mi sconforta è vedere lavori creativi e innovativi svolti da corpi giovani con menti vecchie, stordite dalla tv e da convenzioni che non li renderanno mai soddisfatti. Allo stesso tempo, vedere menti giovani, in corpi vecchi, spegnersi lentamente, costantemente frustrate da lavori adatti menti vecchie.
Per cambiare le cose è necessario venirsi incontro: da una parte, chi lavora deve metterci un po’ di passione, dall’altra, chi offre il lavoro deve premiare il coraggio e la creatività, anche quando espone a rischi.

4 Andrea Maioli 12 settembre 2013 alle 05:29

Secondo me la creatività non è tanto legata all’età anagrafica, ma alle caratteristiche della persona. Probabilmente se uno non ha mostrato una particolare genialità fino a 30 anni non lo farà nemmeno dopo, ma se lo ha fatto è facile che continui anche dopo. Magari anche di più, perchè la creatività deve essere educata perchè diventi “generazione” e non una serie di fantasie che rimangono tali.

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