In questi giorni mi sono imbattuto in un articolo molto interessante su WebRTC, lo standard open source promosso da Google presso il W3C per permettere chiamate e videochiamate direttamente dal browser.

Cominciano ad esserci casi molto interessanti di utilizzo di questa tecnologia, come Amazon MayDay e la video chat di American Express. Le possibilità per le applicazioni web sono molteplici, non solo poter integrare in una semplice web app dentro un browser una video chat senza bisogno di alcun plug-in o installazione particolare, ma ad esempio conoscere la pagina web dalla quale si riceve la chiamata agevolando molto il supporto utente.

Itay Rosenfeld immagina il 2015 come l’anno in cui vedremo la nascita di nuovi servizi e nuove opportunità di business proprio legate a WebRTC. Se così sarà Microsoft, Google e Apple dovranno rafforzare le loro strategie al riguardo, quindi ne vedremo delle belle.

Personalmente, non vedo l’ora di fare la mia prima applicazione con supporto WebRTC.

Voi che ne pensate? È una tecnologia utile che integrereste volentieri nelle vostre app?

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Ciao a tutti, mi chiamo Matteo e da quando nel 2014 sono arrivato in Pro Gamma lavoro nel dipartimento commerciale assieme a Giovanni, che tutti ben conoscete.

Arrivato ad aprile, la prima attività che mi è stata proposta è stata la stesura dei Case Study che potete trovare nella sezione clienti e soluzioni. Ho accettato volentieri questa sfida, perché durante la mia esperienza in Dropbox, società che deve la propria fortuna in gran parte ad aver  comunicato bene la semplicità del proprio prodotto, ho imparato sul campo che essere efficaci nel comunicare il valore del proprio prodotto è tanto importante quanto sviluppare un prodotto perfetto.

Condividendo questa convinzione con gli altri e seguendo i suggerimenti di Gartner abbiamo affrontato il lavoro sui Case Study come strumento di comunicazione. Nello svolgimento di questo progetto ho imparato molte cose, apparentemente semplici ma alle volte date per scontate, che ho pensato utile condividere con voi:

  • Sono i vostri clienti che devono raccontare il valore delle vostre soluzioni: una delle ultime ricerche di Gartner ritiene questa tecnica persino più efficace di un incontro personale o di un evento aziendale. Meglio ancora se chi racconta la storia è un vostro cliente ben conosciuto o un analista dell’industria, chiaramente. Su una scala da 1 a 7 il peer referencing, cioè un tuo cliente che parla agli altri del tuo prodotto, è valutato 5.46, mentre l’incontro personale solamente 4.88. C’è una bella differenza.

  • Gartner dice che ci sono tre fasi del ciclo di vendita in cui un Case Study è efficace: può essere usato nella prima fase per affascinare un visitatore del sito, in fase di prima valutazione del prodotto per confermare l’efficacia delle caratteristiche del prodotto, e nella valutazione finale per rispondere subito alle domande più comuni. Da questo punto di vista diventa molto importante anche conoscere a quali pagine del vostro sito corrispondono le varie fasi della valutazione del prodotto e come collegare poi i Case Study a queste pagine.

  • Rimane da trattare il come scriverli: scrivere una storia piena di fatti, di testimonianze e di numeri aiuta a rafforzare le dichiarazioni sul prodotto. Pensate che secondo gli analisti un Case Study con molte immagini e numeri è mediamente tre volte  più efficace. Il metodo che abbiamo deciso di seguire noi è quello di usare un linguaggio spontaneo e soprattutto di mettersi nell’ottica di chi legge il documento, perché potrebbe sapere ben poco del prodotto!

Ma il valore più grande l’ho avuto dal punto di vista personale. Seguire questo lavoro mi ha dato modo di conoscere meglio diversi nostri clienti, di instaurare un rapporto più stretto e più interessante di quello cliente-fornitore.

L’ultimo consiglio che abbiamo ricevuto è quello di mantenere queste storie sempre aggiornate, in modo da incuriosire potenziali clienti con una storia sempre nuova, e quindi è mia intenzione pubblicarne una nuova ogni mese.

Penso che possa essere una bella occasione sia per poter far conoscere a tutti le vostre soluzioni sia per approfondire il rapporto tra noi.

Vi interessa?

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Negli ultimi anni gli eventi più interessanti da seguire per uno sviluppatore sono stati certamente la WWDC di Apple e i Google I/O. Eppure mercoledì mi sono ritrovato a guardare in streaming l’evento targato Microsoft di presentazione di Windows 10 (qui il link nel caso vogliate riguardarla).

Questo perchè? Ultimamente le mosse di Redmond hanno attirato molto l’attenzione, sia avendo reso open source la tecnologia .Net sia lanciando a settembre il programma Insiders per rendere disponibili in anteprima agli utenti le build di Windows 10 e raccogliere il loro feedback. La presentazione di mercoledì ha mostrato novità interessanti, ad esempio:

  • Cortana su Desktop
  • Unificazione degli Store e della piattaforma su tutti i device (SmartPhone, Tablet e Desktop)
  • Un nuovo browser (Spartan) leggero e moderno
  • Migrazione gratuita al nuovo sistema operativo a partire da Windows 7 (se fatta entro un anno)
  • HoloLens

Devo ammettere che sto aspettando che la nuova build di windows 10 sia resa pubblica per provarla.
Secondo voi questo basterà per fare dimenticare Windows 8 e recuperare l’interesse perso negli ultimi anni nei confronti di Apple e Google?

Nota di servizio
I server di licenza di Instant Developer verranno spenti per manutenzione nella notte del 23/1/2015 e la manutenzione potrebbe protrarsi fino alla mattina del 24/1/2015.

Nota di servizio/2
No, quello che vedete presentare l’evento di Microsoft non è Giovanni Foschini, è Terry Myerson… sappiamo che sono uguali ma l’originale è il nostro!

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Come molti di voi sanno già Instant Developer è equipaggiato con due diversi moduli di debug: il debug step by step, come quello degli ambienti tradizionali, e il debug a run-time, che permette di ripercorrere e analizzare tutta la storia della sessione applicativa.

Il tipo di debug predefinito è quello a run-time e viene abilitato automaticamente alla prima compilazione del progetto. Riconosce e blocca sia i cycle loop che gli stack loop, tiene traccia dei vari stati delle variabili e del risultato delle funzioni, fornisce informazioni sul numero di chiamate e su dove viene utilizzato il tempo. È uno strumento molto potente, insomma, ma che alle volte può richiedere una piccola configurazione.

Per tenere traccia di tutte queste informazioni, infatti, l’applicazione non può far altro che tenerle in memoria. Più diventa complessa l’applicazione e più voluminosa è la quantità di memoria occupata dal modulo, così come l’apertura del debug stesso. In casi particolari si arriva ad avere procedure che sono molto difficilmente debuggabili a causa della loro ricorsività o della quantità di altre procedure che vengono chiamate. Alle volte la quantità di memoria necessaria è semplicemente troppo grande o gli oggetti da mostrare nella finestra di debug sono troppi per il browser, che impiega minuti a mostrare il risultato.

È proprio per questo che oggi voglio parlare di quei due bottoni che si trovano a sinistra del nome di ogni procedura coinvolta nella richiesta aperta nel debug. Quelli che si vedono nell’immagine sopra.

Il bottone a sinistra serve a disabilitare/abilitare il debug della procedura relativa, evitando di usare la memoria di sistema per tutti quei metodi il cui funzionamento è già sicuro.

Il bottone di destra serve a nascondere/mostrare la procedura relativa nella finestra di debug, permettendo di vedere solo quei metodi che devono essere investigati e di nascondere gli altri.

La scelta effettuata dall’utente è memorizzata nella cartella di output dell’applicazione, all’interno del file dtt.ini che contiene l’elenco dei GUID delle procedure e la relativa configurazione. Ad ogni successiva ricompilazione la configurazione viene mantenuta e riusata dall’applicazione a run-time.

Potete fare una prova scaricando questo progetto di esempio. Provate a cliccare sul comando Procedure 1 e ad aprire il debug, non troverete le chiamate a Procedure 2. Accade perché nello zip del progetto ho incluso anche la cartella di output da me configurata. Ora provate a riabilitare entrambe le funzionalità per la seconda procedura e a ripetere il tutto, vedrete che sia i tempi di apertura del debug sia la sua dimensione sono notevolmente diversi.

Maggiori informazioni sul modulo di debug sono reperibili nel capitolo 12 della guida all’uso.

Buona analisi :)

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